FAT SYMBOL: HISTORY SPECIAL

Words by Simone Botte + Nicholas Pizzo

Le imperfezioni sono l’unica cosa che l’intelligenza artificiale non può imitare.” – Simone Botte

Scorriamo le storie su Instagram in automatico, veloci, quasi senza guardare.
Tra otto persone che postano la solita foto allo specchio in palestra, mettiamo un like e andiamo avanti.
Poi capita un fisico che sembra semplicemente asciutto: ossatura magra, magari un accenno di maniglie dell’amore.
E lo saltiamo.

Quello che per molti appare insignificante, per chi lo posta è un traguardo.
Non per chi pretende addominali definiti — e non parlo di tutti — ma per chi a quel corpo normale ci è arrivato con fatica.
Magari mesi o anni prima pesava il doppio, aveva pancia, maniglie, vergogna.
Se oggi sta bene e si concede quello scatto, per lui è una conquista.

Il vero risultato non è il fisico perfetto, ma la sensazione di avere finalmente controllo sul proprio corpo.
È questo che ci fa stare meglio.
Anni passati a subire un corpo che va in una direzione diversa dalla nostra volontà.
A mangiare la metà dell’amico magro e ingrassare comunque.
Perché il metabolismo, per alcuni, è una guerra continua contro un nemico che nella nostra società ha un volto preciso: il corpo.

Un involucro che non scegliamo, ma che dobbiamo domare.
E che nella maggior parte dei casi non sarà mai come lo vorremmo, per un motivo o per l’altro.
A volte, per provare a renderlo anche solo un po’ più vicino a ciò che desideriamo, dobbiamo soffrire:
modificarlo, sforzarlo, toglierci il cibo che ci rende felici e che altri possono mangiare senza problemi.

Diciamolo chiaramente: non tutti i fisici diventano perfetti.
Alcuni ci nascono così. È solo fortuna.
Altri no.
E spesso finiamo per farci male — fisicamente e mentalmente — per accettarci o per trasformarci in qualcosa che ci piaccia almeno un po’ di più.

Molte volte gli sforzi sono enormi e i risultati minimi.
Ma per chi li vive sono giganteschi.
Li fotografiamo, li postiamo nelle storie, magari in quelle verdi.
Ci aspettiamo che qualcuno riconosca il cambiamento.
Quasi mai succede.

Perché l’attenzione è tutta sul “Mario” di turno:
un profilo social senza interessi, senza personalità, definito solo da una serie di foto a stampino.

Stessa posa, stessa faccia, stessa espressione, stesso specchio, stessa palestra.
Sembrano timbri ripetuti su ogni pagina di un libro bianco, a cambiare è solo l’intensità dell’inchiostro.

Questo funziona.
L’assenza di personalità diventa un prodotto in serie, come i centinaia di migliaia di capi di Zara o H&M:
ti accontentano, ma non ti rendono né unico né speciale.

Sono furioso perché, nelle poche libertà che ci restano in tempi così brutti, scegliamo comunque di omologarci.
Ci lamentiamo dell’intelligenza artificiale, ma ci comportiamo come se le nostre vite fossero già organizzate da ChatGPT.
Siamo liberi, eppure ci incartiamo da soli.

Fate una foto brutta.
Sbagliate.
Cambiate inquadratura.
Uscite dai format dei profili “ispirazionali”.

Fare errori è come sporcare una foto.
E i difetti del nostro corpo sono ciò che ci rende speciali, diversi da un prodotto,
diversi da un’immagine che potrebbe generare un’intelligenza artificiale basata sui gusti di massa.

Lascio la parola a Nicholas, che vi spiegherà come queste situazioni non riguardino solo il presente: anche in passato, infatti, questioni di questo tipo mettevano alla prova chi non rientrava negli standard dell’epoca.

Essere grasse nel Settecento by Nicholas Pizzo

Nel 1776 Horace Walpole, in visita a Versailles, descrive Maria Clotilde di Borbone Francia come una ragazza «rotonda e paffuta come un budino». Sì, perché anche la futura Regina di Sardegna, nota come “Grosse Madame”, subisce body shaming. Lei sapeva che la sua intelligenza non sarebbe servita a molto e, in una lettera al futuro marito, si confida dicendo: «Io non ho mai avuto la leggerezza di una fanciulla, perché la mole del mio corpo me l’ha impedita». In generale un corpo rotondo significa prosperità, cosa necessaria per un matrimonio. Tuttavia, non bisogna confondere fianchi rotondi e un seno prosperoso con l’eccesso di grasso, che non veniva accettato ma piuttosto deriso. E per quanto oggi ci piaccia dire che “un volto importante è molto più importante”, dobbiamo accettare il fatto che i corpetti servivano a creare quel vitino “a vespa”, così stretto da mettere in risalto il seno più dei fianchi. Insomma, bisognava essere discreti in tutto, anche nel mangiare e nell’aspetto fisico: né poco né troppo.

Ma quando era troppo? Quando si superava il limite dell’accettazione? Se persino l’iconica Regina Maria Antonietta, IT Girl del Settecento, veniva chiamata “bella grassa tedesca” — pur non essendo affatto grassa — allora gli standard estetici erano davvero molto elevati. Lontane dalla dieta Dukan e dall’Ozempic, le dame — i cui fisici venivano messi a dura prova dalle continue gravidanze — cercavano di mantenere una linea ideale sforzandosi di mangiare e bere poco.

Oggi siamo abituati a chiedere all’intelligenza artificiale di ritoccare e smussare i nostri corpi; all’epoca, invece, tutto ciò non esisteva e spettava al pittore “nascondere” quei piccoli difetti. Nel 1743, da Madrid, Elisabetta Farnese scrive al figlio Filippo I di Borbone Parma in merito al ritratto della moglie Luisa Elisabetta «[…] e così egli non ha toccato affatto l’acconciatura, ha soltanto lavorato sul volto e sulla corporatura». Forse Babette, la figlia prediletta di Luigi XV, aveva un “viso troppo paffuto” per gli standard. Lontane dalle proprie famiglie bacchettone e sposate con uomini che poco si interessavano, queste principesse – trovano nella lontananza dalla rigida etichetta la libertà.

Quando, nel 1775, quella serpe di Maria Cristina d’Asburgo Lorena fa visita alla sorella a Parma la trova: «Sciatta, ha perduto ogni grazia ed eleganza, è ingrassata e sformata, è aspra, nervosa, dura, non si riconosce più». D’altronde, Maria Amalia non è una da frivolezze e inutili capricci alla moda, è una donna pratica che ama troppo la caccia per seguire regole imposte da altri.

Cosa possiamo imparare dal passato? Il body shaming è sempre esistito: che si tratti di ritratti o di selfie su Instagram. Gli artisti e l’intelligenza artificiale hanno cercato di eliminare queste nostre imperfezioni, ma forse sono proprio loro a caratterizzarci. Nasconderle non ha senso, soprattutto in una società, dove sono sempre meno le persone che hanno qualcosa da raccontare.

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