Words by Nicholas Pizzo
Ammettere a se stessi di aver bisogno d’aiuto non è semplice, specie quando ci sentiamo ripetere che certe cose devono rimanere nostre, perché ci hanno insegnato che «i panni sporchi si lavano in famiglia». Anche se veniamo bombardati costantemente da ADV di Unobravo o Serenis, quando si parla di salute mentale c’è ancora chi crede che «dallo psicologo ci vanno solo i matti». Spesso, però, i disturbi mentali hanno origine da situazioni di forte stress: ma può il burnout portare alla pazzia? Nel 1788, l’équipe medica di Giorgio III del Regno Unito ne era assolutamente convinta. Sì, perché il sovrano di una superpotenza — una che oggi farebbe paura anche a Ursula von der Leyen e alla Commissione Europea — era, come direbbe Elenoire Ferruzzi, “fuori da ogni grazia di Dio”.
Un buon psicoterapeuta avrebbe riesumato i problemi di Giorgio partendo dall’infanzia, perché già da bambino era introverso, timido, incline alla depressione e irrequieto: in sostanza, aveva tutte le carte in regola per una diagnosi di ADHD. Aveva sempre sentito il peso del potere sulle spalle e, crescendo, si era trasformato in un testardo stacanovista che non voleva essere contraddetto, nemmeno dalla sua famiglia, al punto che Carlotta, sua moglie, arrivò a scrivere: «La nostra vita, se puoi chiamarla così, è solo e soltanto fretta». Per un maniaco del controllo come lui, perdere le colonie americane e dover affrontare il fallimento dei figli — ubriaconi, spendaccioni e sempre a spassarsela nei bordelli — era un peso difficile da sopportare. E, se è vero che quando siamo sotto stress il nostro corpo ne risente, allora Giorgio ne aveva fin sopra i capelli: iniziò tutto con uno sfogo cutaneo e uno strano gonfiore alle gambe, per poi trasformarsi rapidamente in agitazione incontrollata, insonnia, ipersessualità e discorsi deliranti. I sintomi si aggravarono e la situazione divenne ingestibile. I luminari provarono qualsiasi rimedio, anche il più drastico, ottenendo però i risultati più miseri; ma, dopo sanguisughe, oppiacei e sostanze irritanti, si convinsero che fosse impossibile drenare il liquido “dannoso” dal suo cervello e che non si potesse fare altro che rassegnarsi all’idea che il loro sovrano fosse impazzito.
Ora immaginate il mormorio che iniziava a diffondersi nelle sale di St James’s Palace e di Buckingham Palace dopo ogni bollettino. Non esistevano Instagram o TikTok, ma la gente cominciava a parlare dell’insolita assenza del Re; le informazioni, anche le più personali, venivano spiattellate in satire di cattivo gusto. Si vedeva Giorgio, completamente dissociato dalla realtà, chiedere alla moglie di potersi masturbare in carrozza davanti alla sua dama di compagnia, stringere il ramo di una quercia convinto che si trattasse della mano del Re di Prussia, rovesciare un vaso da notte sulla testa dei suoi medici e tentare di violentare la figlia. Era chiaro a tutti che la situazione fosse diventata ingestibile ed era necessario prendere una posizione. Mentre Giorgio veniva isolato nel Castello di Windsor — legato alla sedia, sedato o costretto alla camicia di forza — c’era chi, a Londra, voleva una reggenza del figlio, il Principe di Galles, il quale — come da tradizione — aveva un rapporto di merda con il padre.
Nemmeno con le camminate all’aria aperta, anche a 35 chilometri dallo smog della capitale, la situazione sembrava migliorare. Giorgio pretendeva di vedere i figli e la moglie; lei — curva, coi capelli bianchi e ridotta a uno scheletro — chiudeva a chiave le sue stanze e si muoveva sotto scorta. Come darle torto? Lei, che era una donna dal carattere forte e tenace, era esausta. Dimenticatevi di quella brutta parodia di Queen Charlotte in Bridgerton: lei non era shady, aveva solo quarantiquattro anni ed era costretta a una vita che sentiva non appartenerle. Lei, che si era dovuta piegare alla politica matrimoniale e a essere una figura silenziosa al fianco di un uomo che l’aveva isolata, partorendo per lui figli anno dopo anno, non era più in grado di andare avanti. Come lei stessa scrisse al fratello nel 1776: «[…] Quanto poco tempo ho per me». A distanza di anni, in quei momenti terribili, più la situazione peggiorava, più la si sentiva farneticare: «Che ne sarà di me?». E, dopo tutti questi sacrifici, lui come la ripagò? Bestemmiando e urlandole contro, con la schiuma alla bocca, che non l’aveva mai amata e che amava un’altra donna. Una scena straziante alla quale furono costrette ad assistere anche le figlie, che non riconoscevano più il loro stesso padre.
Mentre a Westminster il Parlamento era ormai a un passo dal firmare il Regency Act, le cure del dottor Willis — passato in breve tempo da outsider snobbato a medico delle “celeb” — fecero un miracolo: il 25 febbraio 1789, contro ogni previsione, un bollettino riferì che il Re era guarito. Come per una giovane dell’Upper East Side, era arrivato anche per Giorgio il momento del suo grande debutto in società: una cerimonia grandiosa nella Cattedrale di Saint Paul. Le dame, avvolte in abiti candidi impreziositi d’oro, sfoggiavano una fascia scarlatta con la scritta “GSTK” (God Save The King), tempestata di brillanti, e agitavano ventagli su cui era inciso il motto: “Health is restored to ONE and happiness to Millions”. Giorgio si era convinto che fosse stato soltanto l’eccesso di lavoro ad affaticarlo; ora, invece, si sentiva pronto a riprendere pienamente il potere. E chissà se, mentre avanzava lungo la navata tra sorrisi e acclamazioni di un popolo in festa, avrebbe mai potuto immaginare che, appena due decenni dopo, sarebbe ricaduto nel vortice della malattia, fino a morire cieco, sordo e storpio, rinchiuso per volontà del figlio — il futuro Giorgio IV del Regno Unito.
Words by Nicholas Pizzo

Thomas Lawrence, Ritratto del Re Giorgio III, 1792, Castello di Windsor, Berkshire

Thomas Lawrence, Ritratto della Regina Carlotta, 1789, National Gallery, Londra

William Beechey, Ritratto del Re Giorgio III, 1799, National Portrait Gallery, Londra

A festive procession in honour of George III in St. Paul’s Cathedral on St. George’s day, 1789

Thomas Rowlandson, Filial Piety, 1788

Ventaglio del 1789, Victoria and Albert Museum, Londra
