FAT SYMBOL: CAMBIAMO FUORI E SALVIAMO IL DENTRO

Words by Simone Botte

Ogni tanto torno qui. Succede quasi sempre nei cambi di stagione. Ora è primavera e c’è qualcosa che si muove, fuori ma anche dentro di noi. Si percepisce nell’aria una leggerezza strana, che non è proprio serenità, ma una sorta di ansia sottile che arriva insieme alla luce. Forse è il momento in cui si conclude il periodo delle feste, quello in cui smetti di nasconderti dietro certe abitudini: le tavolate infinite, i dolci, il mangiare senza pensarci troppo. Tutto condiviso, quasi esibito. Poi torni a Milano e qualcosa cambia. Ti ritrovi a pensare che “da domani” si ricomincia, che certe cose tornano a essere eccezioni e che bisogna rimettersi in riga. E senza accorgertene, ricompare l’idea della palestra.

È successo anche a me. Senza dirlo a nessuno, senza farne un evento. Mi sono iscritto e basta. Negli ultimi giorni ho ripensato a tante conversazioni e ai messaggi ricevuti nel tempo. Sono meno di prima, ma forse più chiari. All’inizio erano pieni di frustrazione: il sentirsi esclusi, sbagliati, fuori posto. Sempre lo stesso discorso su chi viene scelto e chi no, su chi rientra nei canoni e chi resta fuori. Ora, invece, vedo che alcuni stanno cambiando, si stanno muovendo e si prendono cura di sé. E questa cosa, in fondo, è bella. Vuol dire che qualcosa dentro di noi si è mosso davvero.

Eppure continuo a chiedermi: per chi lo stiamo facendo? 

Mi torna in mente Il mito della bellezza, e l’idea che certi modelli non nascano davvero da noi, ma da uno sguardo esterno che finiamo per interiorizzare. A quel punto diventa difficile capire dove finiamo noi e dove iniziano le aspettative degli altri.

Quando lo faccio per me, tutto è più semplice. Non c’è pressione, non c’è confronto. È un gesto quasi silenzioso, che mi fa stare bene e mi rende più presente. Ma basta poco, anche solo l’ombra dello sguardo degli altri, e cambia tutto.

Perché se inizi a rincorrere qualcosa che per anni ti ha fatto sentire sbagliato, rischi di diventare proprio quello sguardo lì: quello che giudica, misura ed esclude. 

Non succede all’improvviso. Succede piano. Ti porti dietro la fatica, la rabbia, ciò che hai provato, e a volte rischi di riversarlo sugli altri: su chi è ancora in un punto diverso o ha semplicemente scelto di non cambiare. È così che nasce una piccola guerra interiore, invisibile ma reale, che rischia di fare agli altri ciò che è stato fatto a te.

Ultimamente mi è venuto in mente un altro pensiero: forse dovrei provare a fare yoga. Sto guardando alcuni centri a Milano, come Yoga Garage Milano, Yoga Studio Milano o City ZEN Milano. I miei amici che lo praticano sono decisamente meno isterici, e già questo basterebbe come motivazione. 

Io, a parte quella strana sensazione di aver capito a un certo punto che non sapevo nemmeno respirare bene, credo di volerlo provare per un motivo semplice: staccare il cervello dal corpo per qualche ora e tornare alle solite cose con un po’ più di calma.

Forse il punto non è solo diventare più tonici, più definiti, più “giusti”. Forse il punto è anche come ci si arriva e cosa si decide di portarsi dietro lungo il percorso. Perché mentre si rincorre un corpo forte, scolpito, perfetto, vale la pena chiedersi se si sta lasciando spazio anche a qualcosa che riequilibri, che rimetta in ascolto.

Forse è lì che si trova un equilibrio più vero. Cambiare è importante, a volte necessario. Può essere qualcosa di profondamente bello, ma solo se non diventa un modo per perdersi o per sentirsi migliori di qualcun altro. 

Forse la parte più difficile è proprio questa: continuare a cambiare senza indurirsi, restare un po’ morbidi anche mentre si prova a diventare qualcosa di diverso.

Words by Simone Botte

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